La memoria come forma d’arte

Ci sono premi che inseguono l’attualità e altri che, con maggiore ambizione, provano a sottrarsi alla rapidità del presente.
Il Premio “Una Vita nel Cinema”, creato e promosso dal Maestro Giorgio Bortoli, appartiene a questa seconda categoria: da oltre trent’anni costruisce un archivio della memoria cinematografica, riconoscendo non soltanto la notorietà, ma la durata, la coerenza e la capacità di incidere profondamente nella cultura della settima arte.
La nuova edizione si terrà venerdì 4 settembre alle 19 nella Sala della Regione Veneto del Palazzo del Cinema, all’interno della cornice dell’Hotel Excelsior del Lido di Venezia. La scelta del luogo non è un elemento meramente scenografico.
Venezia, durante i giorni della Mostra del Cinema, è una città sospesa tra celebrazione e giudizio, tra mondanità e riflessione critica.
Ogni immagine, ogni incontro, ogni cerimonia vi assume un valore particolare, perché si colloca dentro una tradizione che da decenni mette in dialogo il cinema internazionale, la cultura italiana e il pubblico globale.
In questo contesto, il Premio “Una Vita nel Cinema” non si limita a inserirsi nel calendario degli appuntamenti veneziani. Ne interpreta, piuttosto, una delle vocazioni più profonde: quella di interrogarsi sul tempo. Il cinema è un’arte fatta di istanti, ma la sua importanza si misura nella persistenza delle immagini, nella capacità di alcune opere e di alcune figure di continuare a parlare quando le mode sono già tramontate. Premiare una carriera significa dunque riconoscere un rapporto complesso con la durata: non soltanto il numero degli anni trascorsi nel settore, ma il modo in cui quegli anni hanno contribuito a trasformare lo sguardo collettivo.
La memoria contro l’oblio
In un’epoca dominata dalla velocità della comunicazione e dalla sovrabbondanza delle immagini, la memoria non è un gesto nostalgico. È una forma di responsabilità critica. Ricordare significa scegliere ciò che merita di essere sottratto all’oblio, individuare, nel flusso continuo dell’informazione, le esperienze capaci di rappresentare un passaggio significativo nella storia di un’arte.
Il premio ideato da Giorgio Bortoli ha costruito nel tempo una propria identità proprio a partire da questa funzione. Il suo albo d’oro comprende personalità diverse per formazione, linguaggio e percorso: Maria Grazia Cucinotta, Debora Caprioglio, Gillo Pontecorvo, Ornella Muti, Woody Allen, Marco Bellocchio ed Ennio Morricone. È un elenco che restituisce la pluralità del cinema e, insieme, la sua natura profondamente collettiva.
Attrici, registi, musicisti e protagonisti della creatività cinematografica appartengono a ruoli differenti, ma concorrono alla medesima costruzione dell’immaginario. Il cinema, del resto, non è mai il risultato di una sola voce. Anche quando il nome del regista o dell’interprete occupa il centro della scena, dietro ogni opera si muovono competenze, sensibilità e professionalità molteplici. Un premio alla carriera, quando è davvero consapevole della natura del cinema, non celebra soltanto l’individuo: riconosce una rete di relazioni, un modo di lavorare, una disciplina dello sguardo.
Da questo punto di vista, l’albo d’oro del Premio “Una Vita nel Cinema” si presenta come una sorta di mappa della cultura cinematografica italiana e internazionale. Non una graduatoria, ma una costellazione. Ogni nome illumina una diversa idea di cinema: il rigore politico e morale di Gillo Pontecorvo, la forza interpretativa di Ornella Muti e Maria Grazia Cucinotta, l’ironia e l’autorialità di Woody Allen, la radicalità di Marco Bellocchio, l’irripetibile invenzione sonora di Ennio Morricone. Insieme, queste figure mostrano quanto sia vasto il territorio della settima arte e quanto siano differenti i modi attraverso cui è possibile lasciare un segno.
Il valore di un riconoscimento alla carriera
Il premio alla carriera è un dispositivo delicato. Può ridursi a un esercizio celebrativo, a una formula rituale destinata a confermare reputazioni già consolidate. Ma può anche diventare un’occasione di rilettura, un momento nel quale una traiettoria professionale viene restituita al pubblico attraverso una nuova prospettiva.
Il valore del Premio “Una Vita nel Cinema” risiede proprio nell’intenzione di celebrare percorsi capaci di attraversare epoche e generazioni. In questa prospettiva, il riconoscimento non coincide con una semplice somma di successi. Una vita nel cinema non è necessariamente una vita priva di contraddizioni, né una carriera composta solo da opere unanimemente riconosciute. È, più profondamente, la storia di un rapporto persistente con l’arte, con il lavoro e con l’evoluzione del linguaggio.
La durata, infatti, non garantisce automaticamente la rilevanza. A renderla significativa sono la capacità di rinnovarsi, la disponibilità a confrontarsi con i cambiamenti, l’autorevolezza conquistata nel tempo. Il cinema muta insieme alla società: cambiano i dispositivi, i modi di produzione, i luoghi della visione, le forme della narrazione. Chi ha attraversato decenni di storia cinematografica ha dovuto misurarsi con trasformazioni radicali, mantenendo tuttavia una propria riconoscibilità.
Premiare queste figure significa riconoscere il lavoro spesso invisibile della continuità. Il pubblico tende a ricordare i momenti più luminosi, i film di maggior successo, le immagini divenute iconiche. Più raramente considera il percorso fatto di studio, attese, fallimenti, adattamenti e ripartenze. Un premio alla carriera restituisce dignità a questa dimensione sotterranea, ricordando che ogni risultato nasce da una lunga sedimentazione di esperienze.
Giovanni De Ficchy, una voce per il cinema

Quest’anno il riconoscimento sarà assegnato al critico cinematografico Giovanni De Ficchy.
La scelta appare particolarmente significativa perché amplia il campo delle professionalità celebrate dal premio.
Il cinema non vive soltanto nelle opere che arrivano sullo schermo, ma anche nelle parole che le accompagnano, le interpretano e le consegnano alla memoria.
Il critico cinematografico occupa una posizione ambivalente. Non è autore nel senso tradizionale del termine, eppure esercita una forma di responsabilità creativa. La sua scrittura non produce immagini, ma può modificarne la ricezione.
Un’analisi, una recensione, un saggio possono aprire prospettive inattese, mettere in discussione giudizi consolidati, permettere al pubblico di avvicinarsi a un film con maggiore consapevolezza.
Giovanni De Ficchy ha svolto negli anni questa funzione con una voce definita autorevole e appassionata.
Le due qualità non sono necessariamente coincidenti. L’autorevolezza, se priva di passione, rischia di trasformarsi in distanza accademica; la passione, se priva di rigore, può ridursi a entusiasmo soggettivo. Il lavoro critico esige invece un equilibrio complesso: conoscere la storia del cinema e, al tempo stesso, lasciarsi ancora sorprendere dalle immagini; possedere strumenti analitici senza smarrire il piacere della visione.
La critica cinematografica autentica non è una sentenza, ma una forma di dialogo. Non stabilisce soltanto se un film sia riuscito o meno; cerca di comprenderne le intenzioni, le tensioni, le ambiguità. Interroga il rapporto tra forma e contenuto, tra estetica e ideologia, tra racconto individuale e contesto storico. In questo senso, il critico non si colloca al di fuori dell’opera, come un giudice estraneo, ma dentro il processo culturale che consente a un film di essere visto, discusso e interpretato.
Il contributo di De Ficchy appare dunque legato alla capacità di accompagnare il pubblico attraverso le evoluzioni del cinema.
Accompagnare è un verbo importante, perché suggerisce una pratica di prossimità e di mediazione. Il critico non sostituisce lo spettatore: lo aiuta a vedere. Non impone una lettura unica, ma offre strumenti per riconoscere le sfumature, le stratificazioni e le complessità di un linguaggio che raramente si lascia esaurire da una sola interpretazione.
La sua opera di divulgazione e critica ha contribuito a rendere accessibili aspetti spesso difficili del cinema, favorendo una comprensione più ampia e articolata.
La divulgazione, quando è esercitata con serietà, non semplifica banalizzando; semplifica chiarendo. Rende leggibile ciò che è complesso senza impoverirlo, costruisce ponti tra la ricerca e il pubblico, tra l’analisi specialistica e l’esperienza comune della visione.
In questo senso, il riconoscimento a De Ficchy assume un valore quasi simbolico, per il Nostro Presidente, e la Nostra Associazione

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